Parole di verità e sostanza: uno sguardo al discorso di Leone XIV al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede

di Don Alessandro Gargiulo

Nel discorso fatto al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, il papa aveva davanti a sé il mondo intero, negli ambasciatori accreditati presso la S. Sede. Si tratta di un corpo diplomatico molto esteso, in rappresentanza di 184 nazioni, con la recente apertura di relazioni bilaterali con il Kazakhstan, Burundi, Belarus’. La prima annotazione di Leone XIV riguarda la debolezza del multilateralismo. La diplomazia della forza sta prendendo il posto di una diplomazia del dialogo, che, ricercando il consenso di tutti, appare più debole. La compromissione dello stato di diritto, quindi, deriva dall’affermazione della pace sotto il dominio della forza. Citando S. Agostino, Papa Leone riferisce che il perseguimento della pace è anche nelle attenzioni di chi promuove la guerra, perché egli cerca una pace gloriosa, vittoriosa, a scapito di una pace giusta, illuminata dal bene e dalla verità: «È proprio questo atteggiamento che ha condotto l’umanità nel dramma della Seconda Guerra Mondiale». La risposta alla tragedia bellica, fu l’impegno, originariamente di 51 paesi, di dare vita alle Nazioni Unite «fulcro della cooperazione multilaterale». Il fine dell’ONU era quello di prevenire «future catastrofi globali, per salvaguardare la pace, difendere i diritti umani fondamentali e promuovere uno sviluppo sostenibile». Per Papa Leone non si può tacere sul fatto che il minimo di sensibilità umanitaria che dovrebbe essere custodito anche nei conflitti, scompare davanti alla «distruzione di ospedali, di infrastrutture energetiche, di abitazioni e di luoghi essenziali alla vita quotidiana». Il coinvolgimento dei civili nelle operazioni militari, quindi, rappresenta una violazione dei diritti umani fondamentali, una ferita al senso della inviolabilità e della sacralità della vita umana. Le Nazioni Unite hanno, in passato, servito questo principio della difesa dei diritti umani ed è per questo che bisognerebbe impegnare ogni sforzo affinché «siano più orientate ed efficienti nel perseguire non ideologie ma politiche volte all’unità della famiglia dei popoli». Il secondo passaggio dell’intervento, si riferisce alla guerra alla verità che viene fatta dalla deriva dell’ambiguità del linguaggio. Il linguaggio – dice Leone è stato reso «un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari». Abbiamo necessità che «le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe». La cultura del dialogo non può rinunciare all’essenziale, cioè il rispetto delle parole, dalla vita comune, ai social, alla vita politica. Qui Leone rappresenta l’ingannevole pretesa della libertà di parola di cambiare il senso alle parole stesse: «la libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità». Si tratta di un affondo che ha un che di razionale e spirituale allo stesso tempo e che nasce dal bisogno di affermare la forza del dialogo per la pace, internazionale, sociale, umana. In questo passaggio, il tono mai duro del discorso, infila l’immagine letteraria del «sapore orwelliano» del linguaggio che si riferisce al romanzo distopico e fantapolitico di George Orwell, 1984 (pubblicato nel 1949). La deriva del potere egemonico che tende a voler ingabbiare gli uomini in uno stesso modo di vedere, considerare e interpretare le cose, anche contro l’evidenza dei fatti e della realtà, ha, effettivamente, un sapore orwelliano. Da questa deriva, afferma Leone, nasce l’idea di limitare la stessa libertà di coscienza, vietando l’obiezione a quanti, in riferimento alle responsabilità professionali, ritengono di non poter cedere alla pratica dell’aborto o dell’eutanasia. «L’obiezione di coscienza non è una ribellione, ma un atto di fedeltà a sé stessi». Lasciare libertà di obiezione di coscienza, significa andare nella direzione dello sviluppo critico di un dialogo etico che vada alle radici delle scelte e delle responsabilità, arricchendo il tessuto sociale del desiderio di ricerca della verità nell’orizzonte del buono e del giusto che contempla equilibrio tra interesse collettivo e dignità individuale. Un grande richiamo, Papa Leone fa al tema della libertà religiosa, messa in crisi con un aumento, nel mondo, delle violazioni, pari al 64%: «Nel chiedere il pieno rispetto della libertà religiosa e di culto per i cristiani, la Santa Sede lo domanda anche per tutte le altre comunità religiose». Il focus del papa, poi, si concentra sulla persecuzione dei cristiani, come la persecuzione di più vasta scala presente nel mondo. Secondo i dati del 2025, un cristiano su sette a livello globale è perseguitato. Sono 380 milioni i credenti, in tutto il mondo, che vivono in un clima di persecuzione. Ricordando fatti specifici, come quelli accaduti nel Bangladesh o alla parrocchia di S. Elia di Damasco o in Mozambico, per la furia jihadista, Papa Leone non nasconde la preoccupazione per un clima crescente di persecuzione sottile e discriminatoria che si sta diffondendo in Europa o nelle Americhe «dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia».

Nel solco del rispetto della dignità della persona, poi, va guardata la condizione dei migranti, molti dei quali non si muovono per scelta ma sono costretti ad allontanarsi dalle proprie terre. Qui il riferimento è anche all’impegno degli stati, alla loro responsabilità di combattere il traffico di esseri umani e l’illegalità che si accompagna spesso ai fenomeni di migrazione. Così grande attenzione va data alle condizioni dei detenuti. Il papa rileva la sua gratitudine per quegli stati che hanno accolto l’appello giubilare e invoca l’impegno per le condizioni delle carceri ed esprime la speranza che lo spirito del Giubileo incarni la coscienza collettiva circa i temi della giustizia, della pena e della riabilitazione. In questa luce, invoca l’abolizione della pena di morte «provvedimento che annienta ogni speranza di perdono e di rinnovamento». Nodo fondamentale rimane la vocazione all’amore e la famiglia, che, va riconosciuta come elemento fondativo della società, mentre soffre due tendenze ostili: «Da un lato, si assiste a una tendenza preoccupante nel sistema internazionale a trascurare e sottovalutare il suo fondamentale ruolo sociale, portando a una sua progressiva marginalizzazione istituzionale. Dall’altro, non si può nascondere la crescente e dolorosa realtà di famiglie fragili, disgregate e sofferenti, afflitte da difficoltà interne e da fenomeni inquietanti, inclusa la violenza domestica». Vi è un imperativo etico fondamentale, per tutti, che riguarda l’unione esclusiva e indissolubile dell’uomo e della donna: mettere in condizione, specie nei paesi a bassa natalità, le famiglie di accogliere e prendersi cura della vita nascente. Da qui «il rifiuto categorico di pratiche che negano o strumentalizzano l’origine della vita e il suo sviluppo» come l’aborto. Nessuna ambiguità nelle parole: «la Santa Sede esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto “diritto all’aborto sicuro” e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita, anziché essere investite nel sostegno alle madri e alle famiglie. L’obiettivo primario deve rimanere la protezione di ogni nascituro e il supporto effettivo e concreto a ogni donna affinché possa accogliere la vita». Lo stesso sguardo di preoccupazione, si rivolge alla maternità surrogata che «che, trasformando la gestazione in un servizio negoziabile, viola la dignità sia del bambino ridotto a “prodotto”, sia della madre, strumentalizzandone il corpo e il processo generativo e alterando il progetto di relazionalità originaria della famiglia». Simili ragionamenti, vanno fatti per le persone sole e anziane che una certa cultura del disimpegno collettivo abbandona al senso di inutilità indicando l’eutanasia. La preziosità di ogni vita, chiede l’impegno costante a forme di cura che valorizzino la vita fragile e alla ricerca di cure palliative che allevino la sofferenza. Ulteriore attenzione è da dare al tema della tossicodipendenza. Papa Leone dice il bisogno di «debellare questa piaga dell’umanità e il narcotraffico che la alimenta, al fine di evitare che milioni di giovani in tutto il mondo finiscano vittime del consumo di droga». Tutte queste affermazioni non sono frammenti spezzettati di ideologie politiche, ma una visione armonica e integrale dell’umano che guarda al fatto che «una società è sana e progredita solo quando tutela la sacralità della vita umana e si adopera attivamente per promuoverla». L’ultimo passaggio del discorso del Papa, si rivolge alle questioni dei conflitti aperti nel mondo, spesso dimenticati. Invoca così un «cessate il fuoco immediato» per l’Ucraina, non potendo dimenticare il dramma delle vite civili; rileva la fatica della Terra Santa, dove, nonostante una tregua annunciata, «la popolazione civile continua a patire una grave crisi umanitaria». Il percorso della coesistenza di due Stati, appare l’unica via da seguire. Lo sguardo del Papa, però, guarda anche alla situazione del Mar dei Caraibi e alle coste del Pacifico; invoca soluzioni diplomatiche per la questione venezuelana, che attuino la volontà del popolo, in prospettiva di un futuro di pace e concordia. Non dimentica, Papa Leone, la crisi di Haiti, «segnata da ogni genere di violenza, dalla tratta di esseri umani, a esili forzati e sequestri», né la questione dei Grandi Laghi della regione africana, «in preda a violenze che hanno mietuto numerose vittime». La stessa premura si rivolge alla regione del Myanmar e alle tensioni del continente asiatico. Il discorso si conclude con uno sguardo ai segni di speranza che non mancano. «Penso ad esempio agli Accordi di Dayton, che trent’anni fa posero fine alla sanguinosa guerra in Bosnia ed Erzegovina e che, nonostante le difficoltà e le tensioni, hanno aperto la possibilità ad un futuro più prospero e armonioso. Penso pure alla Dichiarazione congiunta di pace tra l’Armenia e l’Azerbaigian, siglata nell’agosto scorso, che si spera possa spianare la strada a una pace giusta e duratura nel Caucaso meridionale, risolvendo i problemi ancora aperti con soddisfazione di entrambe le Parti. Per analogia penso all’impegno profuso in questi anni dalle Autorità vietnamite nel migliorare le relazioni con la Santa Sede e le condizioni in cui opera la Chiesa nel Paese. Sono tutti germogli di pace, che necessitano di essere coltivati». Lo sguardo a San Francesco, nell’ottavo centenario dalla sua morte, porta il Papa ad augurare ai diplomatici presenti di avere «un cuore umile e costruttore di pace».

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